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Lo statista de no-s-atre

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Dice Augusto Rollandin che:

A noi (unionisti, ndr) va bene avere un governo debole: finché ha queste difficoltà abbiamo una chance di essere ascoltati. Quand’era forte non ci consideravano. Dalla possibilità di lavorare con un governo debole abbiamo solo da guadagnarci e non siamo gli unici ad averlo capito (…)

Lato autonomista: Un “programma” del genere conferma solo che la Politica, da quelle parti lì, è morta e sepolta da un pezzo. Ne avevamo già parlato e non c’è nulla di nuovo, l’encefalogramma resta piatto. Zero progetti, zero proposte, zero elaborazione culturale che vada oltre la mitologia. Quanto sarebbe bello poter tornare a discutere di politica e non di businness plan. Al centro del dibattito ci sono ormai solo il pozzo nero dei soldi e il mantenimento di misere posizioni di rendita. E proprio nel momento in cui il Paese è scosso da una crisi profonda e cerca di darsi un’impronta federalista, qui si guarda con sospetto a qualunque innovazione del tessuto istituzionale per rifugiarsi in cantina a contare le monete. E per di più chiedendo alla base unionista di gettar via 50 anni di storia con un bel sorriso. Contenti loro… Intanto la Stella Alpina aspetta e la Federation autonomiste ha altre gatte dal pelare.

Lato Pdl: Rollandin ed Ego Perron erano lì ad Arvier per spiegare come sia cosa buona e giusta andare a cena con il Pdl e finire a fare bunga bunga con il Caro Flaccido (copyright Vittorio Zucconi). D’altronde – proprio come con le ragazze dell’Olgettina – il vecchio sgancia, no? Però, avendola messa giù un po’ brutale, i berluscones (che sanno benissimo di essere appesi a un filo) si sono incazzati parecchio. Alberto Zucchi, il post fascista scopertosi più autonomista di Rivolin, è stato costretto a mettere su la faccia cattiva per prevenire le grane con i suoi e continuare la marcia verso la stanza dei bottoni e il sottogoverno. Ma soprattutto Rollandin e Perron hanno riempito la cassa di munizioni a Enrico Tibaldi, che dalla sua trincea azzurra continua a sparare per evitare l’abbraccio mortale. Quindi, per il Pdl, più noie che altro.

Lato “istituzionale”: Ma in tutto questo la cosa più irresponsabile, dal punto di vista dei cittadini, è che a dire cose del genere sia un presidente di Regione che, per di più, fa anche il prefetto. Un governo debole fa male a tutti, a cominciare dal sistema economico e giù a cascata. Ma qui, evidentemente, non frega a nessuno.

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Il bunga bunga, i giornali e la privacy dei cadaveri

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La scorsa settimana, in un editoriale sul Peuple che ha fatto molto discutere (caso raro) il mondo politico valdostano per il raffreddamento tattico dell’interesse unionista nei confronti del Pdl, Ego Perron ha affrontato anche il tema del bunga bunga e dei giornali schierandosi di fatto dalla parte del premier (e di Emilio Fede) che lamenta di essere vittima di killeraggio gossipparo:

(…) assistiamo a un nuovo episodio della politica italiana che riguarda, come d’abitudine, la vita privata del presidente del Consiglio dei ministri. E i giornali, la carta stampata così come gli altri media, hanno trovato un altro agromento per fare la prima pagina e rivelare l’informazione al grande pubblico.

Che desolazione vedere la politica, passione che ho da sempre e che continuo ad amare profondamente, ridotta a un tale livello di bassezza. E si capisce meglio la ragione per la quale sempre più gente se ne allontana. Anche la stampa e il sistema dell’informazione hanno le loro responsabilità perché hanno un ruolo fondamentale nella democrazia di un Paese. E spesso, invece di affrontare le questioni che interessano la vita dei cittadini e il futuro del Paese, ci riempiono la testa con argomenti da Novella 2000. (…)

Vista la seconda parte del Perron-pensiero sarà stato un esercizio di cerchiobottismo per non irritare troppo gli azzurri già provati dalle nottate dello Stallone di Arcore, fatto sta che il presidente rossonero – a cui va riconosciuto almeno di non essersi lanciato nel filone “persecuzione giudiziaria” – dimentica che l’inchiesta dei pm milanesi riguarda reati ben precisi (anche particolarmente odiosi) e i giornali ne stanno dando conto raccontando le carte che rischiano di fare cadere il Governo e ammosciare il Cavaliere.

Oggi anche l’ex presidente della Regione Luciano Caveri affronta dal suo blog la questione delle mignotte presidenziali e dei resoconti giornalistici. Si schiera dalla parte opposta e, senza fare nomi che non sta bene, randella proprio Perron:

Il “caso Ruby” è esemplare. C’è chi dice che in fondo ogni amplificazione del caso è, alla fine, colpa dei giornalisti che amano rovistare nella spazzatura e invadere la privacy.
A parte che è vero che ci sono giornalisti ormai votati al servilismo o a libro paga per inzuppare la penna nel veleno, non si può negare che spesso siamo di fronte a niente altro che al dovere d’informare anche quando spiace o scoccia. La libertà di stampa è un caposaldo e solo chi ha perso il senso della realtà può pensare che il mondo debba essere fatto solo di scimmie ammaestrate. Sarebbe piacevole per il suonatore d’organetto di turno, chiunque esso sia e a qualunque schieramento appartenga, che tutti ballassero allo stesso ritmo, ma è una prospettiva triste e insensata e chi lo ritiene il migliore dei mondi possibili prima o poi batterà il naso.

E fin qui, ok, dice cose a mio avviso condivisibili e dà prova di buon senso. Poi si sa, la politica è fatta anche di punzecchiature del genere e Caveri, di fatto ai margini del suo partito dopo la reconquista rollandiniana, la gioca sul terreno dell’informazione che dovrebbe conoscere. Senonché, il 7 ottobre 2010, proprio lui, il giornalista prestato alla politica, faceva un pippone moralisteggiante al sistema dei media sul caso Sarah Scazzi, pescando a piene mani nel pressapochismo (zero esempi, zero citazioni, zero di zero). E chiedeva – unico al mondo, credo – di rispettare la privacy di un cadavere:

La morte di Sarah Scazzi, la ragazza pugliese uccisa dallo zio, ha dimostrato il degrado del giornalismo, se mai ce fosse stato bisogno. Vi prego di leggere agenzie e articoli e datevi un pizzicotto: purtroppo non sognate.

Per settimane, come per analoghi casi di cronaca (“Caso di Cogne” docet), certi cronisti o presunti tali hanno scavato nel fango alla ricerca quotidiana di particolari scabrosi.

Se il “dossieraggio” fa ribrezzo e le recenti vicende de “Il Giornale” mostrano la confusione fra il giornalista e il supporter politico, la trattazione senza ritegno di un caso che riguarda una minorenne avviene senza nessuna accortezza e in spregio ad elementari regole deontologiche.

Si insegue il particolare macabro e scandaloso, tipo la violenza carnale effettuata dallo zio sul cadavere della nipote, dopo averla strangolata e anche la tecnica di strangolamento viene raccontata senza risparmiarsi nei particolari.

Nella rudezza dei fatti, questi particolari arricchiscono il racconto o mostrano semmai un inutile comportamento da guardoni nel nome del diritto di cronaca? (…)

Evidentemente il “dovere di informare anche quando spiace o scoccia” per Caveri vale a seconda delle stagioni e dei casi di cronaca. Oppure, da ottobre a oggi, ha ripassato le regole fondamentali di quello che, tanto tempo fa, era il suo “mestiere”. Chissà se, tra le altre cose, ha scoperto anche che il vilipendio di cadavere non è un particolare scabroso ma un reato (articolo 410 del Codice penale) per cui ti giochi da 3 a 6 anni di carcere e, soprattutto, che la Carta di Treviso vale solo per i vivi.

Written by andrea chatrian

24 gennaio 2011 at 21:01

La frase del giorno

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Aurelio Mancuso, gay di lotta e di governo, ha annunciato, urbe et orbi, che gli omosessuali sono dalla parte degli operai della Fiat, senza specificare da quale parte: davanti, di lato o di dietro?

(Giancarlo Lehner, deputato Pdl, uno che non perde mai occasione di dire volgarità)

Written by andrea chatrian

13 gennaio 2011 at 19:28

Happy birthday Mr. B

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(Da L’Espresso)

(grazie a Wil)

Written by andrea chatrian

29 settembre 2010 at 18:09

La verità di Fini

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Dal sito di Generazione Italia, il messaggio di Gianfranco Fini.

Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente.

Da settimane non si parla dei tanti problemi degli italiani, ma quasi unicamente della furibonda lotta interna al centrodestra.

Da quando il 29 luglio sono stato di fatto espulso dal Popolo della libertà con accuse risibili, tra cui spicca quella di essere in combutta con le procure per far cadere il governo Berlusconi, è partita una ossessiva campagna politico giornalistica per costringermi alle dimissioni da Presidente della Camera, essendo a tutti noto che non è possibile alcuna forma di sfiducia parlamentare.

Evidentemente a qualcuno dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di legge uguale per tutti, di garantismo che non può essere impunità, di riforma della giustizia per i cittadini e non per risolvere problemi personali.

In 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia.

Credo di essere tra i pochi, se non l’unico, visto le tante bufere giudiziarie che hanno investito la politica in questi anni.

E’ evidente che se fossi stato coinvolto in un bello scandalo mi sarebbe stato più difficile chiedere alla politica di darsi un codice etico e sarebbe stato più credibile chiedere le mie dimissioni.

Così deve averla pensata qualcuno, ad esempio chi auspicava il metodo Boffo nei miei confronti, oppure chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier – testuale – anche su di me, “perchè oggi tocca al Premier, domani potrebbe toccare al Presidente della Camera”. Profezia o minaccia?

Puntualmente, dopo un po’, è scoppiato l’affare Montecarlo.

So di dovere agli italiani, e non solo a chi mi ha sempre dato fiducia, la massima chiarezza e trasparenza al riguardo.

I fatti:

An, nel tempo, ha ereditato una serie di immobili. Tra questi, nel 1999, la famosa casa di Montecarlo, che non è una reggia anche se sta in un Principato, 50-55 metri quadrati, valore stimato circa 230 mila euro. Essendo in condizioni quasi fatiscenti e del tutto inutilizzabile per l’attività del Partito, l’11 luglio 2008 è stata venduta alla Società Printemps, segnalatami da Giancarlo Tulliani. L’atto è stato firmato dal Segretario amministrativo, senatore Pontone da me delegato, un autentico galantuomo che per 20 anni ha gestito impeccabilmente il patrimonio del partito, e dai signori Izelaar e Walfenzao.

Il prezzo della vendita, 300 mila euro, è stato oggetto di buona parte del tormentone estivo. Dai miei uffici fu considerato adeguato perchè superava del 30 per cento il valore stimato dalla società immobiliare monegasca che amministra l’intero condominio.

Si poteva spuntare un prezzo più alto? E’ possibile. E’ stata una leggerezza? Forse. In ogni caso, poichè la Procura di Roma ha doverosamente aperto una indagine contro ignoti, a seguito di una denunzia di due avversari politici e poichè, a differenza di altri, non strillo contro la magistratura, attendo con fiducia l’esito delle indagini.

Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il Signor Giancarlo Tulliani.
Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione.
Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, se non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia.

E’ stato scritto: ma perchè venderla ad una società off shore, cioè residente a Santa Lucia, un cosiddetto paradiso fiscale? Obiezione sensata, ma a Montecarlo le off shore sono la regola e non l’eccezione.

E sia ben chiaro, personalmente non ho nè denaro, nè barche nè ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse.

Ho sbagliato? Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità. Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione nè concussione.

Tutto qui? Per quel che ne so tutto qui.
Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo?
E’ Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera.
Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perchè la mia etica pubblica me lo imporrebbe.

Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati.
Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del Sottosegretario Letta e del Prefetto De Gennaro.

Penso alla trama da film giallo di terz’ordine che ha visto spuntare su siti dominicani la lettera di un Ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori.

Penso a faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa. Penso alla lettera che riservatamente, salvo finire in mondovisione, il Ministro della Giustizia di Santa Lucia ha scritto al suo Premier perchè preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma di una pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo.

Ma, detto con amarezza tutto questo, torniamo alle cose serie. La libertà di informazione è il caposaldo di una società aperta e democratica. Ma proprio per questo, giornali e televisioni non possono diventare strumenti di parte, usati non per dare notizie e fornire commenti, ma per colpire a qualunque costo l’avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto.
Gli italiani si attendano che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal Presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sara’ gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto.

Written by andrea chatrian

25 settembre 2010 at 18:36

Scusa, hai una monetina?

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Written by andrea chatrian

2 luglio 2010 at 00:36

Pubblicato su Poleteucca, Politica, Valle d'Aosta

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Il bavaglio visto da qui

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La sciagurata legge anti intercettazioni voluta dal Pdl avrà effetti devastanti anche sulla già malandata giustizia valdostana. Di seguito il pezzo che ho scritto per La Stampa, edizione regionale, uscito domenica 13 giugno.

Qualcuno ricorda le «Tome Visitors» – verdi come gli alieni mangiatopi della serie tv – che il caseificio artigianale di Eliseo Duclos cercava di far arrivare nei negozi? La Legge Bavaglio, appena passata al Senato e ora in attesa del «sì» della Camera, sarebbe stata la migliore alleata dei formaggi “spaziali” e di chi cercava di piazzarli consapevole dei rischi per la salute delle persone («sono proprio un fuorilegge», dice Duclos in una conversazione ascoltata da Forestale e procura). Non sarebbe stato possibile raccontare quelle telefonate, spina dorsale di un’inchiesta che ha portato alla luce il marcio di una parte (piccola, per carità) del mondo agricolo valdostano e i suoi rapporti troppo affettuosi tra controllati e controllori, tra allevatori con mucche risultate contaminate («…sì anche sulle mie l’altra volta aveva dato un + e io le ho macellate…»), laboratori analisi che truccano gli esami («sai che Rosella vuole che quelli positivi non li registriamo…»), casari che spacciano Fontine guaste e veterinari che falsificano verbali. Ma l’inchiesta sul bestiame – il bubbone scoppiò nell’autunno 2009 – è solo l’ultima della fila. La storia giudiziaria valdostana degli ultimi anni è costellata di «casi» di cui l’opinione pubblica, con le nuove norme, sarebbe stata tenuta all’oscuro. E quasi sempre si parla di giri loschi su appalti pubblici. Nel 2004 i magistrati aostani scoprirono un «cartello» di imprese edili che, al telefono, si spartivano gli appalti. «Così poi avevo sta gente… e ho fatto… e ho visto anche il discorso… di Gressoney… con loro… tanto se una mano lava l’altra tutte e due si fottono l’asciugamano». A parlare era l’impresario aostano Giuseppe Amato, 53 anni, intercettato dalla polizia mentre discuteva con un collega di Borgofranco d’Ivrea. Niente tangenti in quell’inchiesta, ma accordi sotterranei sulle offerte al ribasso. Per lavorare tranquilli e tenere lontani imprenditori indesiderati. Amato patteggerà poi un anno di carcere. Nel caso di Luigi Bassignana le mazzette (sostanziose) passarono eccome di mano e gli inquirenti ne sentirono il fruscìo via telefono. Bassignana, funzionario all’Ufficio Difesa del suolo venne beccato nel 2003 a intascare tangenti per affidare i lavori del post alluvione. «E’ una mafia» – diceva al telefono un imprenditore infilatosi nel sistema – che venne scoperta intercettando. Il funzionario nel 2006 ha patteggiato un anno, 11 mesi e 10 giorni. E si può risalire fino all’ultimo grande scandalo politico tangentaro, il «caso Maccari» (o «l’affaire ritiri» per chi vuole dargli un tocco di francesismo). Anche quell’inchiesta, che nel 2002 decapitò il vertice della Regione e mise a nudo un sistema disinvolto di gestire fatture tra assessorati per pagare ospitalità da Mille e una notte a giornalisti compiacenti (da Monica Setta a Francesca Cosentino) e ad amici degli amici, era fondata sulle intercettazioni. Fece finire nei guai pezzi da 90 della politica locale, da Claudio Lavoyer (ora assessore regionale alle Finanze) alla sua segretaria Patrizia Carradore (fresca di nomina ad assessore comunale nella giunta Giordano) fino all’ex presidente Dino Viérin. Raccontarla, sarebbe stato quasi impossibile. Ma il vero guaio, secondo un inquirente in prima fila nella lotta all’illegalità, è un altro e ben più grave. «Nessuna delle più importanti inchieste condotte in Valle negli ultimi venti anni avrebbe visto la luce con queste norme». A strangolarle nella culla sarebbe stato il taglio dei tempi di ascolto a 75 giorni allungabili di tre giorni in tre giorni con miniproroghe. Tutte le indagini condotte ad Aosta (l’elenco è molto più lungo di quelle citate) hanno dato i loro risultati dopo, come minimo, tre mesi di ascolti. Che si sia trattato di corruzione, turbativa d’asta o traffico di droga. Con il Bavaglio voluto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, poi, non basterà più chiedere l’autorizzazione al gip. I magistrati aostani dovranno rivolgersi al tribunale di Torino, mandare ogni volta giù un’auto con le carte e recuperarle dopo il «sì» o il «no». Come loro dovranno fare tutte le procure del Piemonte con il risultato che Torino rischierà il collasso. «Di fatto, è un colpo di spugna».

Written by andrea chatrian

14 giugno 2010 at 13:51