invece no

le parole sono importanti

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Popoli fratelli

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Herr Landeshauptmann Luis Durnwalder, presidente della Provincia di Bolzano, ha annunciato che non festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: i sudtirolesi si sentono austriaci, non italiani e dunque ciccia. ‘Fanculo Cavour, il Risorgimento e Roma capitale.

Sarebbe interessante sapere cosa pensano di questa ennesima idiozia crucca gli autonomisti valdostani. Quelli che ogni occasione è buona per citare il modello altoatesino, quelli che – in maggioranza come all’opposizione – appena possono lanciano le tirate sui “peuples frères” rispolverando tutto l’armamentario delle radici francofone per marcare la diversità anche etnica rispetto al resto del Paese.

P.S. Intanto la posizione di Durnwalder ha fatto scoppiare un casino politico. Qui il durissimo editoriale dell’Alto Adige.

Aggiornamento/1: Ha parlato il presidente del Consiglio regionale valdostano, Alberto Cerise: “L’Italia e’ nata in Valle d’Aosta, Piemonte e Savoia e quindi partecipiamo alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unita’ d’Italia con la presenza anche, in autunno, del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ho personalmente invitato per l’anniversario (…). Nessun valdostano penso possa sentirsi francese.

Aggiornamento/2: E’ intervenuto anche l’ex presidente Luciano Caveri: “(…)Partecipare a qualunque tipo di festeggiamento ha senso dunque per capire meglio la nostra storia e, per quel che mi riguarda nella logica di giuramento di fedeltà alla Costituzione e allo Statuto, per rimarcare come l’opzione federalista (quella vera e non i “tarocchi”), nel passato come oggi, sia l’unica vera alternativa ad un traballante Stato unitario. Altrimenti ci sarebbe poco da festeggiare”.

Il bunga bunga, i giornali e la privacy dei cadaveri

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La scorsa settimana, in un editoriale sul Peuple che ha fatto molto discutere (caso raro) il mondo politico valdostano per il raffreddamento tattico dell’interesse unionista nei confronti del Pdl, Ego Perron ha affrontato anche il tema del bunga bunga e dei giornali schierandosi di fatto dalla parte del premier (e di Emilio Fede) che lamenta di essere vittima di killeraggio gossipparo:

(…) assistiamo a un nuovo episodio della politica italiana che riguarda, come d’abitudine, la vita privata del presidente del Consiglio dei ministri. E i giornali, la carta stampata così come gli altri media, hanno trovato un altro agromento per fare la prima pagina e rivelare l’informazione al grande pubblico.

Che desolazione vedere la politica, passione che ho da sempre e che continuo ad amare profondamente, ridotta a un tale livello di bassezza. E si capisce meglio la ragione per la quale sempre più gente se ne allontana. Anche la stampa e il sistema dell’informazione hanno le loro responsabilità perché hanno un ruolo fondamentale nella democrazia di un Paese. E spesso, invece di affrontare le questioni che interessano la vita dei cittadini e il futuro del Paese, ci riempiono la testa con argomenti da Novella 2000. (…)

Vista la seconda parte del Perron-pensiero sarà stato un esercizio di cerchiobottismo per non irritare troppo gli azzurri già provati dalle nottate dello Stallone di Arcore, fatto sta che il presidente rossonero – a cui va riconosciuto almeno di non essersi lanciato nel filone “persecuzione giudiziaria” – dimentica che l’inchiesta dei pm milanesi riguarda reati ben precisi (anche particolarmente odiosi) e i giornali ne stanno dando conto raccontando le carte che rischiano di fare cadere il Governo e ammosciare il Cavaliere.

Oggi anche l’ex presidente della Regione Luciano Caveri affronta dal suo blog la questione delle mignotte presidenziali e dei resoconti giornalistici. Si schiera dalla parte opposta e, senza fare nomi che non sta bene, randella proprio Perron:

Il “caso Ruby” è esemplare. C’è chi dice che in fondo ogni amplificazione del caso è, alla fine, colpa dei giornalisti che amano rovistare nella spazzatura e invadere la privacy.
A parte che è vero che ci sono giornalisti ormai votati al servilismo o a libro paga per inzuppare la penna nel veleno, non si può negare che spesso siamo di fronte a niente altro che al dovere d’informare anche quando spiace o scoccia. La libertà di stampa è un caposaldo e solo chi ha perso il senso della realtà può pensare che il mondo debba essere fatto solo di scimmie ammaestrate. Sarebbe piacevole per il suonatore d’organetto di turno, chiunque esso sia e a qualunque schieramento appartenga, che tutti ballassero allo stesso ritmo, ma è una prospettiva triste e insensata e chi lo ritiene il migliore dei mondi possibili prima o poi batterà il naso.

E fin qui, ok, dice cose a mio avviso condivisibili e dà prova di buon senso. Poi si sa, la politica è fatta anche di punzecchiature del genere e Caveri, di fatto ai margini del suo partito dopo la reconquista rollandiniana, la gioca sul terreno dell’informazione che dovrebbe conoscere. Senonché, il 7 ottobre 2010, proprio lui, il giornalista prestato alla politica, faceva un pippone moralisteggiante al sistema dei media sul caso Sarah Scazzi, pescando a piene mani nel pressapochismo (zero esempi, zero citazioni, zero di zero). E chiedeva – unico al mondo, credo – di rispettare la privacy di un cadavere:

La morte di Sarah Scazzi, la ragazza pugliese uccisa dallo zio, ha dimostrato il degrado del giornalismo, se mai ce fosse stato bisogno. Vi prego di leggere agenzie e articoli e datevi un pizzicotto: purtroppo non sognate.

Per settimane, come per analoghi casi di cronaca (“Caso di Cogne” docet), certi cronisti o presunti tali hanno scavato nel fango alla ricerca quotidiana di particolari scabrosi.

Se il “dossieraggio” fa ribrezzo e le recenti vicende de “Il Giornale” mostrano la confusione fra il giornalista e il supporter politico, la trattazione senza ritegno di un caso che riguarda una minorenne avviene senza nessuna accortezza e in spregio ad elementari regole deontologiche.

Si insegue il particolare macabro e scandaloso, tipo la violenza carnale effettuata dallo zio sul cadavere della nipote, dopo averla strangolata e anche la tecnica di strangolamento viene raccontata senza risparmiarsi nei particolari.

Nella rudezza dei fatti, questi particolari arricchiscono il racconto o mostrano semmai un inutile comportamento da guardoni nel nome del diritto di cronaca? (…)

Evidentemente il “dovere di informare anche quando spiace o scoccia” per Caveri vale a seconda delle stagioni e dei casi di cronaca. Oppure, da ottobre a oggi, ha ripassato le regole fondamentali di quello che, tanto tempo fa, era il suo “mestiere”. Chissà se, tra le altre cose, ha scoperto anche che il vilipendio di cadavere non è un particolare scabroso ma un reato (articolo 410 del Codice penale) per cui ti giochi da 3 a 6 anni di carcere e, soprattutto, che la Carta di Treviso vale solo per i vivi.

Written by andrea chatrian

24 gennaio 2011 at 21:01

E a me che me ne viene?

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Dai, ormai si sa, è tutto fatto. Mancano solo le pubblicazioni di matrimonio ma gli autonomisti di governo, per le elezioni comunali di Aosta, si sono fatti sedurre dalle carinerie del Partito dell’Amore e dalla lussuria di una Lega che ce l’ha sempre più duro. Il motivo? “Un posto privilegiato per trattare a Roma” (Ego Perron, presidente Uv), “un modo per non subire” (Leonardo La Torre, n°1 della Federazione autonomista). Così l’hanno spiegato a Enrico Martinet (La Stampa, 31 marzo). Tradotto: è questione di soldi. Solo che pare brutto metterla giù così e allora bisognerà “trovare profonde motivazioni sul piano politico” (Rudi Marguerettaz, segretario della Stella alpina). Buona fortuna. In un editoriale sul Peuple, rilanciato anche dall’agenzia Ansa, ci prova Ego Perron ribadendo il discorso fatto il giorno prima con La Stampa:

(…) Una delle parole che circolano di più nei commenti dei leader politici nazionali è “ora è arrivata l’ora delle riforme”. Una delle prossime riforme che riguarderà le regioni sarà il federalismo fiscale, espressione che si usa sovente e di cui pochi conoscono il vero significato. Dopo ci saranno tutte le altre riforme, quel profondo e radicale processo che ridisegnerà radicalmente la repubblica italiana, le regioni, gli organi costituzionali, per esempio il famoso Senato federale». «All’interno di questo processo noi pretendiamo come Valle d’Aosta di essere  presenti, di partecipare alla discussione, di sederci al tavolo per far valere le nostre ragioni, di portare le nostre motivazioni, le nostre idee, di parteciparvi in qualità di protagonisti e non di subire le decisioni»

A leggerlo in filigrana, l’accordo è un Cavallo di Troia. Offrire Aosta per entrare nella stanza dei bottoni a Roma e lì provare a controllare da vicino (in altre parole, annacquare) la nascita di quel federalismo che Bossi dice di voler rilanciare (ma quasi 15 anni di governo a che sono serviti?). E tutto in fondo per proteggere con le unghie e con i denti una rendita di posizione, perché se il modello Valle d’Aosta venisse esteso alle altre regioni sarebbe difficile continuare a vedere garantito lo stesso fiume di denaro che, puntuale come un assegno di mantenimento, arriva da Roma. Non c’è nessuna scintilla nella parole di Perron, non c’è prospettiva, non c’è visione di insieme. Manca la Politica. C’è solo un catenaccio che neanche il Trap. Il puntorossonero parla di darwinismo applicato, cambiare per sopravvivere. E nel gioco della torre, al momento di scegliere se salvare la storia o la cassaforte è stata preferita la seconda. Per carità – e questo è un discorso moooolto più generale – gli ideali non si mangiano, a lungo andare puzzano e vanno aggiornati, ma una politica che li dimentichi (o li sacrifichi) con troppa facilità perde forza e si chiude su se stessa. Muore. Non si può ridurre tutto al compromesso e alla realpolitik.

La “svolta” è dunque, prima di tutto, culturale: è l’affermazione cinica e spudorata dell’egoismo localista, senza neppure più l’antico mantello della “battaglia di libertà”, quel tocco di ipocrisia che serve a salvare la forma. L’abbraccio con la Lega – prima ancora che con Berlusconi – a questo punto è la naturalissima conseguenza della scelta di difendersi da tutto ciò che è altro, dalla novità, dall’evoluzione. Leggetevi questo bel post di Giovanni (a cui prendo in prestito il titolo) su che cosa sia davvero la filosofia di fondo del Carroccio. Io ci vedo similitudini interessanti con quanto sta succedendo qui.

C’è poi, credo, anche una chiave di lettura tutta interna al Leone. L’operazione di allearsi con il partito di plastica è infatti la definitiva affermazione del dominio assoluto di Augusto Rollandin sull’Uv e i suoi satelliti: l’Imperatore è sempre stato più vicino al centrodestra, in contrapposizione alla corrente viériniana più “socialdemocratica” ma ormai estinta. Il fatto che questo sia il secondo tentativo a stretto giro di boa (dopo l’apparentamento con gli azzurri per le Europee, bocciato dagli elettori), dimostra ostinazione nel voler imporre un preciso disegno politico. Ma d’altronde “ora o mai più” visto che la partita si gioca solo ad Aosta e in condizioni molto più favorevoli rispetto al 2009: la fronda degli Intransigenti (quelli che fanno i difficili e ancora si richiamano all’antifascismo come radice dell’Uv) è forte nelle vallate ma non nel borghesissimo capoluogo, da anni molto più sensibile sia agli scenari nazionali sia all’appeal del centrodestra. Il soffio della valanga padana potrebbe arrivare potente in città e condurre finalmente in porto il progetto lanciato un anno fa dal vertice rossonero. Una volta presa Aosta, la strada sarebbe aperta. Con un’alleanza forte nel centro più importante sarebbe poi molto facile proporre per le Regionali 2013, a un elettorato ormai abituato alla coesistenza, lo stesso asse autonomisti-destre. Senza contare la possibilità di un immediato appoggio esterno del Pdl in Consiglio Valle. Et voilà! Non tutti, all’interno del partito rossonero, hanno preso bene tanta veemenza nello spostamento dell’asse di governo. Come Luciano Caveri, che dal suo blog tuona (contro la forma per colpire la sostanza):

(…) In passato – con le complicate procedure previste da modelli democratici – si sceglieva la linea politica e poi si facevano gli editoriali, ma si vede che sono démodé perché oggi si indica la linea prescelta sul giornale di partito e gli organi statutari ne discutono ex post, tipo mettere il timbro postale su di una lettera già scritta. È il decisionismo, ragazzi.

Comunque fate quello che volete, basta che poi diate un assessorato a E. V.. Anche solo per lo spettacolo in aula.

“Ca custa lon ca custa!”

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“Un grande successo” (boom!), “sono state le Olimpiadi dei militari, la rivincita di Vancouver” (ka-boom!), “un’accoglienza strepitosa” (ra-ta-ta-ta), “ha vinto la Valle d’Aosta” (e sticazzi!). Mr. Wolf non l’ha ascoltato nessuno e i cinque giorni dei primi Giochi mondiali militari invernali sono stati una maratona di pompini a vicenda. Da una parte la giunta regionale della Valle d’Aosta, dall’altra un battaglione di generali. Adesso, però, che questi Giochi sono andati in archivio, qualche considerazione si può fare. Del tipo: ma perché? A cosa sono serviti? E via discorrendo. Per prima cosa, però, sgombro il tavolo da tutte le menate pacifiste – quelle che le divise mi danno fastidio, voglio un mondo senza eserciti, poveri tibetani bastonati dai cinesi – e faccio lo stesso con la retorica a base di stellette e soldati che costruiscono la pace. Non mi interessano, non adesso. Se ne può parlare in un altro post, magari. Ma anche no.

Quando vai al ristorante, se proprio lo chef non ti ha servito rifiuti industriali spacciandoteli per capriolo, le somme (in tutti i sensi) cominci a tirarle quando arriva il conto. E qui l’addition fa un milione e 300 mila euro. Certo, siamo in Valle d’Aosta e con quei soldi il governo si compra le sigarette o decide di adeguare alle norme antincendio i laboratori del servizio Beni archeologici. Sciocchezze per chi maneggia ogni anno miliardi di euro, ma pur sempre un bel gruzzolo.

By the way l’antipasto – la cerimonia di apertura sabato 20 marzo – è stato regale (mica perché c’era Alberto di Monaco). Non c’è niente da fare, a me quelle robe lì piacciono un mondo: i paracadutisti che atterrano in piazza Chanoux davanti alla tribuna d’onore, la sfilata delle 42 delegazioni con i loro 800 atleti accompagnati da 500 bambini degli sci club, la Fanfara della Taurinense, Fratelli d’Italia, l’alzabandiera, il “Razzo” che quando entra in piazza la folla esplode perché negli occhi ha ancora il capolavoro di Vancouver, poi Marco Albarello che dà fuoco a una piccozza e accende il braciere. Bello, davvero. In tribuna mancava il ministro della Difesa ma lui quel giorno aveva cose più importanti da fare, una guerra vera da combattere. (Ah, il bidone di ‘gnazio e dei suoi pretoriani ha fatto imbufalire l’ex presidente della Regione, Luciano Caveri).

E’ appena dopo che le cose sono andate a puttane. Tu sei lì che dici: aaahhh, ora mi godo i campioni, non saranno proprio come le gare di Vancouver ma diavolo, poco ci manca. Anche perché leggi i comunicati stampa e ti dicono che vedrai all’opera gente come Giuliano Razzoli (l’unico oro ramazzato dall’Italia in Canada), Giorgio di Centa, Arianna Fontana e poi il fondista cannibale norvegese Petter Northug (due ori, un argento e un bronzo alle ultime Olimpiadi, mica pizza e fichi), il tedesco Tobias Angerer, lo svizzero Dario Cologna. Pezzi Grossi. Ok, non è che ti monti la testa, sai che questi mondiali sono la coda della stagione, che molti atleti sono bolliti e poi non è che ci siano proprio tutti. Nello sci alpino, per esempio, gli austriaci e gli svizzeri migliori (quelli che spaccano in Coppa del Mondo) non sono militari, fanno parte di club privati. Comunque sia, pur con tutti i limiti, lo spettacolo si annuncia buono. E invece un cazzo. Northug, Angerer e Cologna non si vedono. La bella Arianna Fontana è caduta nell’ultima gara prima dei mondiali, le hanno messo il collare e la sua stagione è finita. E’ in Valle, ma solo a fare il tifo per il suo fidanzato, l’alpino Roberto Serra. C’è la gigantista francese Tessa Worley, brava, ma non è mica Lindsey Vonn. Dio benedica Giuliano Razzoli: è l’unica superstar. Però… Scende nello speciale di Pila e si vede lontano un miglio che di quella gara non gli importa nulla di nulla… (video). Alla fine sul piano sportivo resta un 90 per cento di mezze cartucce (quando non proprio bidoni) e un 10 di buoni atleti. Nel biathlon l’ultimo arrivato, un libanese, ha impiegato il doppio del tempo del vincitore, facendo 18 (!) errori al poligono (e comunque c’è chi è riuscito a fare ancora peggio, tranquilli); nello speciale maschile si salvano i primi 10, il resto è a livello di una gara Fis. Niente di che, insomma (basta controllare le classifiche sul sito del Cism). L’Italia ha dominato il medagliere, ma questo dimostra solo due cose. La prima, che chi gioca in casa non vuole fare brutta figura e si impegna di più. La seconda, che in questo Paese lo sport invernale (ma non solo) professionistico passa dai gruppi militari.

C’è stata tanta gente per vedere i fondisti a Cogne; qualcuno per Razzoli a Pila, per lo slalom donne a Gressoney e per l’arrampicata sportiva a Courmayeur (bravo Flavio Crespi, bronzo); zero virgola zero per lo short track, sempre a Courmayeur. No, non sono stati un grande successo questi mondiali se il metro di giudizio resta quello della partecipazione del pubblico. E l’esposizione mediatica? Non pervenuta, o quasi. Qualche passaggio in televisione (ma nessunissima gara in diretta), qualche pezzullo qua e là sulla stampa sportiva nazionale. Ma se non ci fosse stato Razzoli…

Passiamo all’anello di congiunzione tra l’organizzazione e il pubblico: l’ufficio stampa/cerimoniale. Qui le cose si fanno, a tratti, tragicomiche. Martedì è annunciato un convegno su “l’Etica nello sport”. Annullato, senza dire niente a nessuno. Lo scopri nel pomeriggio, quasi per caso. Succede che tra gli ospiti ci doveva essere Stefania Belmondo, ma si è fatta male e non può venire. Addio Stefi, addio convegno. Ma così, sottovoce, piano piano, come piace a noi (cit). E poi cambi di programmi a raffica, Medal Plaza sgangherate – “premia l’assessore xxx” e dal fondo, come a scuola: “Non c’è…” – inni che partono, si fermano, ricominciano perché vai, no, ferma, alè adesso. Un guazzabuglio che ha ispirato anche un divertente post a Eddy Ottoz, l’ostacolista della libertà. E poi la perla che offre la dimensione del pressapochismo: c’è lo slalom speciale femminile in notturna (partenza della prima manche alle 19, ma naturalmente nel programma era alle 17) e la sala stampa chiude alle 20. “Spiacenti, tutti fuori”. Una roba che ti devi impegnare anche solo a pensarla, eh.

E allora l’unico senso di questi mondiali è una gigantesca azione di lobbismo. Con quel milione e 300 mila euro la Regione si è “comprata” il sostegno dei militari – facendoli giocare sulla neve – nella corsa ad assicurarsi un grande evento del Circo Bianco. Un modo per tentare di recuperare anni di politiche sbilenche (altro che “ostilità degli organismi internazionali”) e rientrare nel giro buono degli sport invernali. Di sicuro non sarà facile portare dalla propria la Fisi. Quelli hanno la memoria lunga, e il sostegno dato dalla Valle d’Aosta alla candidatura di Sion (Svizzera) contro Torino per l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2006 non l’hanno ancora digerita (e ci mancherebbe, dico io). C’è poi un livello più profondo ancora, e qui lo sport non c’entra. A capo del Comitato organizzatore c’era Luigi Roth, manager dal curriculum lungo come il traforo del Monte Bianco ma soprattutto attuale numero uno di Terna, la società che controlla la rete elettrica nazionale. Un amico che può sempre tornare utile. Specie alla Cva.

Quindi? Per ora l’Imperatore è diventato anche Cavaliere (del Cism) assieme a Marguerettaz e a Roth (che era già Cavaliere di Grazia Magistrale in Obbedienza nell’Ordine di Malta, seppur con qualche grattacapo), il generale Gianni Gola ha una bella grolla nuova in ufficio e i gestori di 40 alberghi hanno lavorato una settimana in più. Il resto è una scommessa. Costata un milione e 300 mila euro.

P.S. Questo post era pronto da tre giorni, ma il pc ha deciso di boicottarmi per il fine settimana. Comunque, adesso che ho vinto il mio braccio di ferro con la tecnologia, scopro e aggiungo che Marco Albarello (direttore del Cse, leggenda del fondo azzurro nonché uno dei possibili candidati alle elezioni Fisi) mostra chiaro e tondo – in una lettera alla Stampa uscita oggi – il bersaglio grosso di tutta l’operazione:

(…) grazie alla Valle d’Aosta che ha dimostrato una volta di più (con piccoli accorgimenti) di essere pronta a organizzare quell’appuntamento che aspettiamo da molti anni (non sto parlando di Coppa del Mondo, ne abbiamo già organizzate di alpino di fondo, ecc. ecc.) sto parlando di Campionati del Mondo di sci alpino…

Ah, ecco.