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Il bunga bunga, i giornali e la privacy dei cadaveri

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La scorsa settimana, in un editoriale sul Peuple che ha fatto molto discutere (caso raro) il mondo politico valdostano per il raffreddamento tattico dell’interesse unionista nei confronti del Pdl, Ego Perron ha affrontato anche il tema del bunga bunga e dei giornali schierandosi di fatto dalla parte del premier (e di Emilio Fede) che lamenta di essere vittima di killeraggio gossipparo:

(…) assistiamo a un nuovo episodio della politica italiana che riguarda, come d’abitudine, la vita privata del presidente del Consiglio dei ministri. E i giornali, la carta stampata così come gli altri media, hanno trovato un altro agromento per fare la prima pagina e rivelare l’informazione al grande pubblico.

Che desolazione vedere la politica, passione che ho da sempre e che continuo ad amare profondamente, ridotta a un tale livello di bassezza. E si capisce meglio la ragione per la quale sempre più gente se ne allontana. Anche la stampa e il sistema dell’informazione hanno le loro responsabilità perché hanno un ruolo fondamentale nella democrazia di un Paese. E spesso, invece di affrontare le questioni che interessano la vita dei cittadini e il futuro del Paese, ci riempiono la testa con argomenti da Novella 2000. (…)

Vista la seconda parte del Perron-pensiero sarà stato un esercizio di cerchiobottismo per non irritare troppo gli azzurri già provati dalle nottate dello Stallone di Arcore, fatto sta che il presidente rossonero – a cui va riconosciuto almeno di non essersi lanciato nel filone “persecuzione giudiziaria” – dimentica che l’inchiesta dei pm milanesi riguarda reati ben precisi (anche particolarmente odiosi) e i giornali ne stanno dando conto raccontando le carte che rischiano di fare cadere il Governo e ammosciare il Cavaliere.

Oggi anche l’ex presidente della Regione Luciano Caveri affronta dal suo blog la questione delle mignotte presidenziali e dei resoconti giornalistici. Si schiera dalla parte opposta e, senza fare nomi che non sta bene, randella proprio Perron:

Il “caso Ruby” è esemplare. C’è chi dice che in fondo ogni amplificazione del caso è, alla fine, colpa dei giornalisti che amano rovistare nella spazzatura e invadere la privacy.
A parte che è vero che ci sono giornalisti ormai votati al servilismo o a libro paga per inzuppare la penna nel veleno, non si può negare che spesso siamo di fronte a niente altro che al dovere d’informare anche quando spiace o scoccia. La libertà di stampa è un caposaldo e solo chi ha perso il senso della realtà può pensare che il mondo debba essere fatto solo di scimmie ammaestrate. Sarebbe piacevole per il suonatore d’organetto di turno, chiunque esso sia e a qualunque schieramento appartenga, che tutti ballassero allo stesso ritmo, ma è una prospettiva triste e insensata e chi lo ritiene il migliore dei mondi possibili prima o poi batterà il naso.

E fin qui, ok, dice cose a mio avviso condivisibili e dà prova di buon senso. Poi si sa, la politica è fatta anche di punzecchiature del genere e Caveri, di fatto ai margini del suo partito dopo la reconquista rollandiniana, la gioca sul terreno dell’informazione che dovrebbe conoscere. Senonché, il 7 ottobre 2010, proprio lui, il giornalista prestato alla politica, faceva un pippone moralisteggiante al sistema dei media sul caso Sarah Scazzi, pescando a piene mani nel pressapochismo (zero esempi, zero citazioni, zero di zero). E chiedeva – unico al mondo, credo – di rispettare la privacy di un cadavere:

La morte di Sarah Scazzi, la ragazza pugliese uccisa dallo zio, ha dimostrato il degrado del giornalismo, se mai ce fosse stato bisogno. Vi prego di leggere agenzie e articoli e datevi un pizzicotto: purtroppo non sognate.

Per settimane, come per analoghi casi di cronaca (“Caso di Cogne” docet), certi cronisti o presunti tali hanno scavato nel fango alla ricerca quotidiana di particolari scabrosi.

Se il “dossieraggio” fa ribrezzo e le recenti vicende de “Il Giornale” mostrano la confusione fra il giornalista e il supporter politico, la trattazione senza ritegno di un caso che riguarda una minorenne avviene senza nessuna accortezza e in spregio ad elementari regole deontologiche.

Si insegue il particolare macabro e scandaloso, tipo la violenza carnale effettuata dallo zio sul cadavere della nipote, dopo averla strangolata e anche la tecnica di strangolamento viene raccontata senza risparmiarsi nei particolari.

Nella rudezza dei fatti, questi particolari arricchiscono il racconto o mostrano semmai un inutile comportamento da guardoni nel nome del diritto di cronaca? (…)

Evidentemente il “dovere di informare anche quando spiace o scoccia” per Caveri vale a seconda delle stagioni e dei casi di cronaca. Oppure, da ottobre a oggi, ha ripassato le regole fondamentali di quello che, tanto tempo fa, era il suo “mestiere”. Chissà se, tra le altre cose, ha scoperto anche che il vilipendio di cadavere non è un particolare scabroso ma un reato (articolo 410 del Codice penale) per cui ti giochi da 3 a 6 anni di carcere e, soprattutto, che la Carta di Treviso vale solo per i vivi.

Written by andrea chatrian

24 gennaio 2011 at 21:01

Un titolista nel mirino

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Per un giornalista (che scriva o faccia desk, non importa) gli stereotipi e i luoghi comuni sono una scorciatoia rischiosa. Come un vestito che si può usare in tutte le occasioni ma non sta bene mai. Gli esempi sono centinaia e si replicano ogni giorno: “boom”, “nel mirino”, “giallo”, “blitz” e si potrebbe continuare ma non c’ho tempo. I testi sacri della professione ti fanno promettere di non usarli mai però, appunto, sono comodi e ogni tanto scappano. Fin lì, ci può anche stare. Il problema è che a volte vengono fuori effetti grotteschi. Succede anche nelle migliori famiglie, come in quella del Corriere della Sera.

Written by andrea chatrian

7 settembre 2010 at 18:24

Le cose cambiano

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Sofri, quello giovane, dopo 10 anni ha deciso di aprire i muri del suo blog ai commenti:

(…) Da ieri, i nuovi post di Wittgenstein sono commentabili da chiunque si registri fornendo una sua mail – la mia è qui a sinistra – che mi pare un’assunzione di responsabilità minima rispetto all’intenzione di discutere e costruire idee, suggerire notizie o informazioni (e vi confesso che troverei apprezzabile l’uso di un nome e cognome, da adulti).

La spinta decisiva gliela ha data Jeff Jarvis.

Written by andrea chatrian

25 marzo 2010 at 17:01

E io sono Napoleone

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Io penso di essere equilibrato.

Augusto Minzolini, direttore del Tg Uno, a Enrico Mentana. (Al minuto 29 e 20 secondi)

Aggiornamento: Comunque la notizia, lì, è che Mentana è abbonato al Fatto Quotidiano.

Written by andrea chatrian

16 marzo 2010 at 01:10

Le faremo sapere

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Sorpresa, c’è ancora un quotidiano che assume. Ma non giornalisti.

(grazie a Francesco Costa)

Written by andrea chatrian

13 marzo 2010 at 19:29

Equivalenze

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La letteratura non deve risolvere i problemi, semmai segnalarli… Consciamente o no, uno scrittore coglie i segni e intuisce i tempi che verranno. (Joe R. Lansdale)

Togli “letteratura” mettici “giornalismo”, togli “scrittore” mettici “cronista”. Punto.

Written by andrea chatrian

13 marzo 2010 at 02:48

Pubblicato su Giornalismo

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