invece no

le parole sono importanti

Archive for the ‘Editoria’ Category

Più sono strane, più sono vere

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(Berlusconi) Non è stato in grado di compiere la rivoluzione liberale che aveva promesso agli elettori. Non ha liberalizzato un tubo. Ha governato con la paura di perdere consensi e, per non scontentare nessuno, ha scontentato – più o meno – tutti. Elenco le occasioni perdute: non ha riformato la giustizia, non ha eliminato l’articolo 18, non ha portato l’età pensionabile a livelli europei, non ha abolito gli enti inutili e nemmeno quelli dannosi, non ha ridotto l’esercito burocratico, non ha semplificato la legislazione, ha fatto poco contro l’evasione fiscale macroscopica (che al Sud raggiunge vette del 70 per cento), non ha riformato il fisco, non ha fatto le grandi opere e neppure quelle piccole. Mi fermo solo per non tediare. (…)

Chi lo ha detto?

a) Pierluigi Bersani

b) Nichi Vendola

c) Gianfranco Fini

d) Italo Bocchino

e) Vittorio Feltri

f) Concita De Gregorio

g) Barbara Spinelli

h) Antonio Di Pietro

i) Pierferdinando Casini

La risposta è qui

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L’ultima frontiera del conflitto d’interessi (e del ridicolo)

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Quelli del Giornale hanno partorito un altro capolavoro

(Grazie a Wil)

Ma se qualcuno pensa che la chicca si esaurisca nel titolo sbaglia. Ecco l’incipit del pezzo firmato da Vittorio Sgarbi:

Volevo parlare dell’uccello di Berlusconi. Non vorrei che qualcuno equivocasse alla luce delle vicende che hanno privilegiato dell’uccello l’aspetto metaforico ma, non avendo di quello nessuna nozione se non intuitiva, voglio proprio riferirmi a quello che, con mia sorpresa, si è rivelato l’uccello preferito del presidente del Consiglio. (…)

Written by andrea chatrian

7 gennaio 2011 at 18:02

Standing ovation

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Written by andrea chatrian

9 novembre 2010 at 17:33

Pubblicato su Editoria, Giornalismo, Internet

Certe volte è meglio parlare di martore e cuculi

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Con le mani puoi saperci fare fin che vuoi, ma da lì a costruire le cattedrali con gli stuzzicadenti ce ne passa. Insomma, spiace proprio dirlo ma questa volta Mauro Corona ha inciuccato le quote. Il suo ultimo libro “La fine del mondo storto” ha di bello solo il titolo. Per il resto, buio. Dice che è un romanzo, ma del romanzo mancano gli elementi fondamentali: personaggi (zero, davvero) e trama (un giorno il mondo si sveglia e i combustibili sono finiti: che l’idea sarebbe anche bella, se poi venisse sviluppata in modo un po’ meno rachitico). Allora uno potrebbe infilarlo nella categoria dei saggi, se non avesse lo spessore della pellicina che si forma sul latte dopo che l’hai bollito. E’ come se Corona fosse lì a gambe divaricate  su un crepaccio, con un piede poggiato sul bordo del mondo che lo ha reso celebre (l’epopea contadina, la natura spigolosa ma giusta, le leggende e il misticismo dei semplici) e l’altro su qualcosa di sconosciuto. Puoi anche stare in equilibrio, ma non vai da nessuna parte. Il libro ha spunti interessanti ma è guardare volare una gallina: lei ci prova, tu speri, ma alla fine mica si alza.

Anche la scrittura di Corona è in qualche modo appannata – istintiva ma senza il solito ottimo lavoro di limatura – con una potenza immaginifica ben al di sotto della portata a cui eravamo stati abituati. La storia si trascina stanca, grigia come un pensionato. E così, quando l’hai chiuso, ti resta il sapore di un libro buttato giù alla veloce per esigenze di contratto. Un po’ poco, per un grande come lui. Peccato.

Written by andrea chatrian

29 ottobre 2010 at 19:07

Sangue e humour con Joe R. Lansdale

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A contarle, sulle sedie di Villa Michetti a Pont-St-Martin c’erano meno persone di quanti romanzi abbia scritto lui in quasi 40 anni passati a far andare la fantasia. Ma Joe R. Lansdale – tra i più celebri e venduti scrittori di Noir (ma non solo) al mondo – è a suo agio come un mocassino acquatico nelle paludi del Texas Orientale. Parla per un’ora e mezza, con il suo accento che trascina le sillabe come la gamba di un vecchio zoppo. E incanta una platea che gli chiede di raccontare l’America profonda, quel mondo da cui germogliano storie dure, sporche e divertenti come il ciclo di Hap e Leonard (qui una piccola guida per i profani).

Ci sono così tanti “personaggi” nel Texas Orientale, che non è difficile trovare gente di cui scrivere – dice -. Siamo un grumo di cose diverse: c’è la cultura del Sud, quella Cajun, quella dei negri”. E un mix del genere dà sapori forti. “Leggo molto i giornali – continua – ma più che le headlines (le aperture, le storie importanti), soprattutto le notizie infilate nei trafiletti, perché c’è sempre qualcosa di strano che capita in giro. Spesso mi dicono: si sente che nei tuoi libri, sotto sotto, c’è la verità. Hanno ragione, è così. Morirò prima di finire di raccontare tutte le storie che voglio. E di storie, fino qui, Lansdale ne ha scritte a bizzeffe, misurandosi con i registri più diversi. Noir, western, fantasy che sfiorano la psichedelia, fumetti e sceneggiature. Tutti da divorare come un bel sacchetto di pop corn e tutti allo stesso tempo difficili da etichettare (ma mai da digerire). Tanto da aver costretto i critici a coniare lo stile Lansdale.

Uno dei temi che ritorna più di frequente nelle sue opere è il razzismo. Roba che scotta, in America. “Il razzismo è un tema universale, declinato secondo le diverse culture. Noi negli States abbiamo avuto lo schiavismo. Quando sono cresciuto io era finito ormai da tempo, ma i negri non erano neppure considerati uomini di seconda classe. Almeno di terza, quando non erano considerati come animali. Prima venivano i bianchi ricchi, poi la gente come noi che eravamo bianchi ma poveri in canna, infine loro, i neri. Ehi, non tutti erano d’accordo con quella situazione ma molti politici avevano paura di condannare il razzismo, e molti crimini restavano impuniti perché le vittime erano nere e i criminali bianchi”. E giù aneddoti. “Quando ero al liceo c’era un gruppo di ragazzi che la notte scendeva al quartiere nero e violentava le donne. Loro dicevano di farlo e io gli credo – dice serio –. La segregazione colpiva anche i veterani della Seconda Guerra Mondiale, non importava niente che tu avessi combattuto per l’Esercito degli Stati Uniti d’America. La gente aveva paura che se le cose fossero cambiate, tutto sarebbe andato all’inferno. Ma Rosa Parks era solo una donna che voleva prendere il suo dannato autobus. Sì, ok, ma adesso avete Obama, il capitolo è chiuso. “Niente affatto, il razzismo non è finito. Ha solo cambiato forma, adesso si presenta meglio. Obama è stato eletto con un plebiscito, ma guardate come si fanno sentire i suoi oppositori, a cominciare dai Tea Party, guardate come picchiano sulla storia del suo certificato di nascita. Anche quello è razzismo, perché lui è diverso dall’immaginario dell’Uomo Nero. La strada che abbiamo intrapreso noi americani non è né perfetta né conclusa. Di certo però è migliore di quella italiana”.

Ma Lansdale – o Champion Joe, se preferite – non era a Pont-St-Martin per una lezione sull’America. Lascia cadere un “ho anche scritto dei libri…” per riportare il confronto sulla letteratura. Sulla sua letteratura. Devil Red (il libro che è venuto a presentare alla Saisonnette, ndr) nasce da storie vere. Qualche tempo fa, non in Texas ma sempre negli Stati Uniti, un gruppo di persone decise di trasformarsi in vampiri: bere sangue, uccidere la gente, così per vedere com’è. E sempre negli Stati Uniti c’è stata una lunga serie di crimini “firmati” con un diavoletto rosso. Sapete, mi sono sembrate due cose perfette da mettere insieme per creare una storia”. Dal pubblico gli chiedono quanta influenza abbia avuto su di lui Jim Thompson, per via dei due stili molto simili. “Zero. Influenza nessuna, connessioni sì. Non avevo mai letto niente di lui, l’ho scoperto da un articolo di Stephen King. Jim Thompson era pazzo come me. La mia formazione passa da Chandler a Burroughs, da Hammett a Chester Himes“. Da tempo nessun americano vince il premio Nobel per la letteratura. “Io sono fuori da quei giri lì. A differenza degli altri anni conosco il nome del vincitore di quest’anno, ma non ho mai letto niente di suo”. Tra i nomi del toto-Nobel, Cormac McCarthy non manca mai. Tutti gli anni è lì. “Non mi piace molto McCarthy. Non ho capito che problema abbia con le virgolette (non le usa, ndr). Lo trovo troppo pretenzioso, ecco. Mi è piaciuto “Non è un paese per vecchi“, quello sì. Anche se ho avuto come la sensazione che dicesse “sto scrivendo un buon libro, adesso lo incasino un po’ per far capire agli altri quanto letterario sono“. McCarthy è bravo, ma non divertente. Tra le legioni di fans di Lansdale in Italia, c’è Niccolò Ammaniti (che un giorno ha scritto: “Consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere per conoscere Lansdale”). E la stima è ricambiata: “Ho letto i suoi due libri tradotti in inglese, perché non so l’italiano. Ho letto anche Calvino e Dante, ma purtroppo solo in traduzione, peccato”.

Al pubblico regala confessioni. Sulla genesi delle sue storie ma anche su come ha modellato la sua coppia di cazzoni cerca guai, Hap e Leonard. Il primo (bianco, eterosessuale, democratico) a cui affida il ruolo di narratore, è quello costruito più a sua immagine e somiglianza: “Siamo stati entrambi oppositori alla Guerra del Vietnam, solo che lui è finito in galera. Io quasi”. Ma le cose più interessanti vengono fuori parlando di Leonard (nero, macho conservatore e fieramente omosessuale). “E’ stato un incidente. Non era pianificato, io non pianifico mai le mie storie. Ho lasciato che trovasse la sua voce. E’ saltato fuori quando vidi alla Tv un repubblicano nero, che allora (metà Anni 80) era come vedere uno scoiattolo leggere il telegiornale. Allora mi sono detto “wow!”, non avevo mai visto un repubblicano nero. Ora invece è normale, anche gli afroamericani hanno fatto i soldi e vogliono proteggerli. Comunque allora i repubblicani erano diversi: erano conservatori, ma non pazzi. Leonard sarebbe in imbarazzo a vedere quelli di oggi. L’omosessualità di Leonard (che in Devil Red è ancora alle prese con la sua storia travagliata con John) è stata una sorpresa anche per Lansdale: “Non sapevo fosse gay finché non me l’ha detto lui stesso. Io l’ho scoperto assieme al lettore”.

Il successo della saga ha sorpreso lo stesso autore. “Non volevo farne una serie, ma tre anni dopo il primo libro (“Una stagione selvaggia“) Hap ha ricominciato a parlarmi”. E lui ha ricominciato a raccontare. “Devo scrivere per me, io sono l’unico pubblico che conosco davvero. Poi spero che piaccia anche agli altri”. Prima di partire per la tournée in Italia – Paese che dopo gli Stati Uniti costituisce il suo mercato più grande – Lansdale ha firmato una nuova sceneggiatura (di “Una stagione selvaggia”). La sua scrittura e le sue storie sembrano nate per il cinema, ma non approdano quasi mai su pellicola. “Non c’è anno che passi senza che qualcuno opzioni una mia opera. L’hanno fatto registi come David Lynch, Ridley Scott e tanti altri ma poi, per un motivo o per l’altro, non se n’è mai fatto nulla. Per me non c’è problema, io intanto incasso gli assegni.

Tra Stati Uniti ed Europa non c’è solo l’Oceano Atlantico. In chiusura, una ragazza gli chiede – più o meno indirettamente – di condannare la pena di morte. Qui, lo sguardo di Lansdale si fa serio e il suo tono nero come il cuore di un banchiere. “Non sono contro la pena di morte, ma non sono neppure troppo favorevole. Non mi preoccupa per niente il senso morale, mi preoccupa come viene applicata (contro neri e poveri, soprattutto). Ecco, se vogliamo sono contro da quel punto di vista. Dovrebbe essere rara, per casi limite. Se credessi in Dio lascerei che fosse lui a pensare a certi figli di puttana. Ma io non sono credente. Amen.

P.S. Lo scheletro di questo post è già uscito su La Stampa (mercoledì 20 ottobre). Qui c’è solo un bel po’ di ciccia in più. Virgolettati, in particolare, che sono l’unica cosa che conta. Le foto sono di Daniela Giachino.

P.P.S. Siccome sono un tossico di Lansdale, beccatevi pure questo:

e questo:

Tu guarda a volte cosa può fare la timidezza

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Cosa aggiungere di più, che non sia stato scritto e detto sul dottor Paolo Maccari che sino a giovedì era l’indiscusso capo ufficio stampa della giunta regionale, caduto in disgrazia in quanto arrestato sotto l’accusa di aver intascato tangenti nell’ambito di un’inchiesta che inizia dai ritiri estivi delle squadre di calcio da sempre gestite sotto l’ufficio del presidente della giunta. Soltanto che, come si pensava, è un pasticcio ben più grande che sta facendo tremare i polsi a tante persone.

Trovo però eccessivo, il tono usato da certi colleghi, nel dipingere Paul come un uomo sprezzante, arrogante, imbevuto di potere e per questo temuto. Io il suo “peso” non l’ho mai patito. Forse perché conosco Paul da quando era liceale e iniziò a fare il giornalista facendo gavetta in redazione. Per me, malgrado la fulgida carriera e il suo importante ruolo all’interno dell’istituzione Paul era ed è ancora quel ragazzone anche un po’ timido che si mangia le unghie e si arriccia i capelli, a volte aggressivo per incoerenza e necessità.

Certo se ha sbagliato come sembra è giusto che paghi. Ma affinché certe situazioni che in definitiva colpiscono l’immagine della comunità valdostana non debbano più ripetersi è necessario responsabilizzare maggiormente chi è preposto a controllare i controllori. Non è sufficiente un comunicato e annunciare la sospensione dell’incarico di Maccari per sentirsi con la coscienza a posto. Se si avevano dei sospetti bisognava agire per prevenire.

(Walter Barbero, La Vallée Matin, 12 novembre 2002, Filo Diretto con il direttore)

Chissà se adesso ha cambiato idea.

Written by andrea chatrian

30 settembre 2010 at 21:15

Le sciocchezze a volte nascono così, per inerzia… (cit)

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Una delle ossessioni principali degli “autonomisti” di ogni latitudine è quella di rimpinzare la Rai di giornalisti di casa ripetendo il mantra della necessità – nel nostro caso – di una televisione per i valdostani fatta dai valdostani. Il giochino è dire che “chi è nato qui conosce meglio la realtà, dunque può offrire un servizio migliore”. Che è già una roba malata di suo a ragionarci bene, ma detta così sembra che vincano tutti: dalla Rai alla casalinga di Fontainemore. L’obiettivo, da che mondo è mondo, è invece quello antichissimo di coltivare clientele (do you remember lottizzazione?) e creare le condizioni per un’informazione più o meno esplicitamente addomesticata. E non è un caso che i servizi migliori che passano al TgR della Valle d’Aosta spesso e volentieri sono firmati dai precari che l’azienda paracaduta a ripetizione da mezza Italia nella sede di St-Christophe.

Comunque tutto questo pippotto era per segnalare il pezzo di Gian Antonio Stella che, sul Corriere della Sera di oggi, fa a pezzi l’idea delle selezioni per giornalisti Rai in base alla provenienza territoriale.

Written by andrea chatrian

20 settembre 2010 at 18:57